Il peso (anche economico) delle politiche proibizioniste

di David B. Kopel e Mike Krause

Sabato 1 settembre 2001

Il 3 maggio scorso, la Guardia costiera americana ha affiancato la barca Svesda Maru del Belize in acque internazionali, ha requisito oltre 12 tonnellate di cocaina e ha condotto l’equipaggio negli Stati Uniti per il processo. Il colpo è stato celebrato come il più grande sequestro di droga in mare di tutti i tempi ed è stato strumentalizzato da alcune persone come la sicura evidenza che stiamo vincendo la guerra alla droga. In realtà, esso fornisce una prova più efficace del fatto che l’imperialismo è uno degli effetti collaterali della dipendenza del governo americano dalla guerra alla droga. Negli ultimi cinque anni, la Guardia costiera ha requisito più di 250 tonnellate di cocaina per un valore di oltre 17 miliardi di dollari, senza contare l’ultima azione. Ciò nonostante, oggi in America la cocaina costa meno ed è più pura di 15 anni fa.

Nel 1997, la Guardia costiera sostenne di aver sequestrato il 16% della cocaina in arrivo. Il Programma nazionale di controllo della droga prevede una riduzione dei rifornimenti di cocaina del 25% entro il 2001 e del 50% entro il 2007 – ma questo è qualcosa di simile a un piano economico quinquennale sovietico, che prometteva di raddoppiare la produzione di acciaio e di triplicare il raccolto del grano. L’unica cosa che la vicenda della Svesda Maru dimostra è che in realtà sta circolando più cocaina che mai. Più alto è il numero di carichi in arrivo, maggiore sarà il numero di quelli intercettati dalla Guardia costiera. La Svesda Maru fu individuata da un aereo americano, fermata da una fregata della Marina a circa due chilometri dalla costa e abbordata da un distaccamento operativo della Guardia costiera, che aveva cercato la droga per cinque giorni prima di essere sostituito da una lancia della Guardia costiera, il cui equipaggio la trovò.

Il Codice degli Stati Uniti (Titolo 14, sezione 89) riconosce “in ogni momento” alla Guardia costiera l’autorità di “salire a bordo di qualunque natante soggetto alla giurisdizione o a qualunque legge degli Stati Uniti, rivolgere domande all’equipaggio, esaminare i documenti dell’imbarcazione ed esaminare, perquisire e perlustrare il natante”. In altre parole, il Congresso ha abrogato il Quarto emendamento per chiunque si trovi su una barca. La Guardia costiera può salire a bordo e ficcare il naso dove e quando vuole. I diportisti e i pescatori dilettanti potrebbero narrare numerose storie sulla mania della Guardia costiera di auto-invitarsi su pescherecci, barche e ogni altro tipo di natanti in cerca di un bullone allentato, come pretesto per sequestrare l’imbarcazione. Le leggi federali sulla confisca prevedono questa forma di pirateria legalizzata.

Ma come può la Marina militare esserne coinvolta? Che ne è di quella legge federale (il Posse Comutatus Act) che vieta alle forze armate di prendere parte al mantenimento della legalità interna? Dove è finito quel principio secondo cui trasformare l’esercito in una sorta di polizia costituisce un disastro per la libertà e lo stato di diritto – come molti altri paesi hanno imparato pagandone il pesante prezzo? In tempo di pace, la Guardia costiera dipende dal Dipartimento dei trasporti, non è una parte della Marina. Quindi essa non è tenuta a rispettare il Posse Comitatus Act. Ciò che fa la Marina, allora, è semplicemente imbarcare personale della Guardia costiera sui propri battelli. Quando una fregata della Marina vuole smettere di essere considerata nave da guerra e diventare un incrociatore della polizia del mondo, insomma, è sufficiente che batta bandiera della Guardia costiera, e come per magia può legittimamente esplicare compiti legati all’ordine pubblico.

Le operazioni navali di “controllo della costa” hanno portato la Guardia costiera molto lontano dalle rive americane: in Ecuador, Guatemala e perfino in Bolivia, priva di sbocchi al mare. (Allo stesso modo è stata mandata in Bolivia anche la guardia di frontiera). E’ stata la Guardia costiera a farsi gloria del colpo, ma è la Marina con i suoi fondi per la lotta alla droga a gestire la guerra contro gli spacciatori in mare. Uno degli autori di questo pezzo, Mike Krause, è stato membro della Guardia costiera dal 1989 al 1991, e ha partecipato a cinque missioni ai Caraibi sulla lancia Hamilton. Se essa vuole abbordare un natante in acque internazionali alla ricerca di droga, è sufficiente che l’equipaggio ne faccia richiesta. Ora, perché il capitano della nave dovrebbe acconsentire a una perquisizione al di fuori delle acque territoriali americane? Perché si tratta più di costrizione che di consenso.

La Hamilton è lunga 12 metri e, oltre al cannone principale da tre pollici e una fila di mitragliatrici M-60, essa è dotata di sei siluri. Il capitano di una nave in mezzo all’oceano è difficilmente in grado di dire no a una nave da guerra in grado di affondarlo. Sarebbe come se un gruppo di poliziotti si presentasse sulla vostra veranda e vi puntasse contro le pistole, “chiedendo” per cortesia di lasciarli entrare e guardare in giro. Ma anche se il capitano rifiutasse, in realtà cambierebbe poco. La Guardia costiera ha già carta bianca da parte di alcune nazioni e può controllare le navi che battono le loro bandiere. La Svesda Maru venne sorpresa nella “zona di passaggio”, un’area di quasi dieci milioni di chilometri quadrati che comprende il Mar dei Caribi, il Golfo del Messico e l’Oceano Pacifico orientale, entro cui gli Stati Uniti tentano di garantire le leggi internazionali sul contrabbando, anche nei confronti di battelli stranieri e nelle acque territoriali di nazioni sovrane amiche.

Durante un’audizione di fronte al Congresso nel 1999, il Contrammiraglio della Guardia costiera Ernest Riutta spiegò che l’articolo 17 della Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico illecito di narcotici e sostanze psicotrope (approvata nel 1988) impegna “alla cooperazione nel senso più ampio possibile, allo scopo di soffocare ogni traffico illecito via mare, conformemente al diritto marino internazionale”. Il suddetto articolo 17 è alla base degli accordi americani con le nazioni della “zona”, e dà agli Stati Uniti l’autorità di affiancare e perquisire in acque internazionali i natanti di nazioni che hanno firmato la convenzione, e di cercare, fermare e perquisire le imbarcazioni nelle acque territoriali di altri paesi. Tali accordi con gli Stati Uniti sono stati firmati da circa due dozzine di nazioni, compreso il Belize. 

Ma il Belize è una nazione amica, o è semplicemente preoccupato di diventare antipatico agli USA? Nel 1999, esso è stato rimosso dalla lista (compilata dal Dipartimento di Stato) dei paesi maggiormente legati alla droga. Questo è importante perché riduce il pericolo di non essere più considerati una nazione amica, con la conseguente perdita di fondi internazionali per lo sviluppo. (“Fondi per lo sviluppo” è spesso un eufemismo che indica denaro preso ai contribuenti americani e dato a governi corrotti e ai loro alleati. Solo una piccola frazione dei fondi per lo sviluppo va a effettivo vantaggio della povera gente nel paese che li ottiene).

Secondo il rapporto sugli stupefacenti del Dipartimento di stato, i finanziamenti americani al Belize sono serviti all’addestramento della nuova task force antidroga, al rinnovo della stazione di polizia di Belize City, a costituire un centro di coordinamento delle informazioni e a formare un’unità di cani antidroga. Sembra il minimo che potessero fare, avendo permesso al loro ricco Zio Sam di abbordare e perquisire le loro navi. Ma mentre la Guardia costiera (e la Marina e il servizio doganale) è impegnatissima a controllare le acque di nazioni – si presume – sovrane, chi si occupa si sorvegliare le coste americane? Tutti quegli agenti della Guardia costiera impiegati nella Bolivia priva di coste o nelle acque del Belize non possono soccorrere le vittime degli incidenti navali, contenere le perdite di petrolio o svolgere le altre mansioni tipiche di un’agenzia il cui lavoro è controllare le coste americane, non perlustrare le giungle boliviane.

Così, i governi dell’America latina sono sempre pronti a cedere la propria sovranità in cambio dei soldi del governo americano che vanno dritti nelle loro tasche, e la gente innocente di quei paesi – quelli che si vedono puntare addosso i cannoni americani, coloro i cui pescherecci vengono perquisiti per ore o per giorni mentre la Guardia “costiera” cerca la droga e i pesci vanno altrove – può cominciare a domandarsi se è suddita dei militari americani che applicano la legge nel futile tentativo di impedire ad alcuni americani di assumere sostanze politicamente scorrette.

David B. Kopel
Mike Krause

(da National Review Online, traduzione di Carlo Stagnaro)

 

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